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Giovedì Santo 2014 - S. Messa in Coena Domini

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17 aprile 2014- anno A

S. Messa in Coena Domini

Letture bibliche:

*Esodo 12;

*1 Corinti 11;

*Giovanni 13

Per il popolo ebraico la cena pasquale era la rinnovazione annuale del grande evento della sua liberazione. Pasqua (festa che già esisteva prima del popolo ebraico) è detta pesah, che si collega facilmente al verbo pasah che significa passare oltre e anche risparmiare. Per gli ebrei la celebrazione della pasqua è un memoriale, cioè non un semplice ricordo, ma una celebrazione di un evento passato che diventa attuale, presente.
Anche Gesù – l’Agnello pasquale – farà della frazione del pane e della distribuzione del calice (che sono elementi del rito pasquale) un memoriale del suo sacrificio. La croce diventa attuale e presente nella Eucarestia: noi siamo così presenti ai piedi della croce, viviamo in modo misterioso ma reale il sacrificio di Gesù.
San Paolo lo ricorda fortemente ai cristiani di Corinto: l’Eucarestia è davvero un memoriale, perché rende attuale, presente il grande evento della croce, che ci giudica e ci salva. Gesù dice chiaramente: “Fate questo in memoriale di me”. Non è solo una memoria, un ricordo: nella celebrazione Cristo che era presente nella sua carne, nel suo corpo con i discepoli si dà a noi attraverso il suo corpo (il pane e il vino consacrati) per farci diventare “corpo di Cristo”.
San Giovanni ci dice che si è arrivati all’ora di Cristo, l’ora della sua glorificazione, l’ora in cui Gesù passa da questo mondo al Padre. Ma l’evangelista annota che Gesù li amò sino alla fine: questa è l’ora in cui Gesù ritorna al Padre (ed è la sua glorificazione), ma tutto avviene nell’agape, che è amore che arriva fino al dono della propria vita per i “suoi”, cioè per tutto il mondo. Questo è il compimento del fine per cui Gesù è venuto in questo mondo.
Isaia aveva profetizzato sul “servo”, cioè su Gesù. Gesù nell’ultima cena, prima di compiere il gesto eucaristico, si presenta come “servo” nella lavanda dei piedi, dicendo chiaramente ai discepoli che il loro ministero deve avere la caratteristica fondamentale di umile servizio a tutti.
Non accontentarci di qualche gesto rituale, ma fare della nostra esistenza una vita di servizio, come ha fatto Gesù, che pur essendo “signore e maestro” si è fatto servo di tutti.
Ci sono, nella celebrazione odierna alcuni elementi che sembrano difficili, o forse lo sono davvero. Ma senza di essi non esiste salvezza, non facciamo ciò che Gesù ci detto di fare: Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque Io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.
Il servizio di amore a Dio deve essere esteso a tutti i fratelli e sorelle. Paolo rimprovera i cristiani di Corinto per le divisioni esistenti fra di loro: non ha senso celebrare l’Eucarestia in un clima di divisione; bisogna essere disposti ad essere servi gli uni degli altri, senza anteporre i propri interessi ai diritti degli altri, rinunciando al proprio io per aprirsi agli altri. Senza questa rinuncia al proprio io non è possibile aprirsi agli altri e costruire una vera vita comunitaria. Vivremo “accanto” agli altri, ma non “insieme” con gli altri. Occorre essere pronti a servire e anche a lasciarsi servire: Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti (Matteo 20, 28).
La cena (Eucarestia) che Cristo ci offre è molto di più che un “mangiare con Lui”. E’ un “mangiare Lui”, nutrirsi di Lui, del suo Corpo immolato sulla croce e poi risorto.
Entriamo dunque nella sala dove Gesù celebra la sua ultima Pasqua, ascoltiamo attentamente le sue parole, impegniamoci a fare le cose che Lui ci chiede, facciamo nostra la sua passione-morte-risurrezione, impegniamo la nostra vita, come la sua, nella obbedienza totale al Padre. Celebreremo così davvero la cena insieme con Lui, in Lui e per Lui.
E sarà la nostra festa, la nostra gioia.

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